Iniziamo oggi ad ospitare le testimonianze e i racconti di italiani in Cile e di cileni in Italia. Abbiamo chiesto a Clara Salina, fotografa, artista visuale, ricercatrice italiana, che vive a Santiago dal 2006 di raccontarci brevemente la “sua” Santiago. Dal 2013, Clara ha iniziato una serie di fotografie “Cielos” di cui parte sono state incluse nel suo stesso libro su Santiago, lanciato nell’Ambasciata d’Italia nel novembre del 2017, realizzato con la collaborazione di Rodrigo Güendelman, giornalista e nota figura nel mondo del patrimonio e della consulenza storica dello Studio Brügmann Restauradores, casa editrice ConFin. “Cielos” è un progetto di fotografia contemporanea, la serie sulla Capitale raccoglie al momento circa 80 fotografie.

 Sono arrivata a Santiago a 44 anni. Ancora abbastanza giovane per sentire l’emozione dello stupore ed abbastanza adulta per guardarla con il distacco necessario. Sì, perché, ad un certo punto, dopo alcuni mesi in cui ci si trasferisce in un paese – volontariamente intendo e non forzatamente – a molti capiti che la baldanza da turista dei primi mesi scompaia. Per quanto meditata abbia potuto essere, ci si trova all’improvviso di fronte alla scelta compiuta, e si scopre di non averne valutato tutte le reali conseguenze. Quello è un momento di crisi.

È passato più di un decennio da quel giorno, da quella decisione, certamente uno dei momenti più importante della mia vita. Ora vivo qui, anche se “mai dire mai” quando si tratta di futuro. Per descrivere Santiago da italiana devo necessariamente premettere una considerazione: Santiago è una capitale, quindi a Santiago c’è tutto quello che deve esistere in una nazione. E, c’era tutto, anche prima del boom economico, che ho visto svilupparsi in questi anni, e dei vari episodi che hanno contribuito a porre il Cile all’attenzione di tutto il mondo. Il Cile ha attratto in questi anni investitori e idee. Anche se, da anni, si conduce una battaglia per la decentralizzazione, qui si dice che Santiago è il Cile.

Ed effettivamente è impressionante, – specialmente venendo da una piccola cittadina italiana, bella, storica, ma lontana dalle grandi strutture e manifestazioni culturali -, rendersi conto di avere tutto a un passo, teatri, università, centri culturali, biblioteche, la politica, persino più di una piscina olimpica, cosa che ad una sportiva fa un certo effetto.

Senza contare che dire “a un passo” è veramente un passo. Nel senso che la maggior parte di tutto quello che ci si può aspettare di trovare in una città, si trova in 153 dei circa 840 km2 dell’estensione di quello che si considera il Gran Santiago: un conglomerato urbano che riunisce 36 comuni, la maggior parte dei quali, luoghi dove si muovono solo i rispettivi abitanti. L’aspetto di Santiago riunisce, in una storia che include alti e bassi profondi, successi e tragedie, tracce architettoniche e urbane di un passato inca, coloniale ispanico, della tradizione popolare, europee dal XVII al XX secolo e della contemporaneità degli edifici di vetro.

La mia riflessione visiva sui “cieli” sarà probabilmente nata da questa densità, la mia ipersensibilità linguistica ed il fascino dell’etimologia hanno probabilmente fatto il resto. Impariamo la lingua madre da piccoli, diamo per scontate le parole che reagiscono solo quando per circostanze della vita le dobbiamo confrontare. È così che ho reagito quando ho scoperto che, in Cile, il soffitto si chiama cielo. E la scoperta si è rivelata ancora più sorprendente quando, consultando l’origine della parola nel Dizionario Etimologico, ho trovato che lo si definisce come “Tutto ciò che forma il cielo della stanza”.

La seconda riflessione è stata storica, sociale e temporale, e la coincidenza vuole che, giusto per scrivere questo articolo, scopro che mi ritrovo di fronte ad un’altra coincidenza etimologica: la parola storia, dal greco e latino, include significati come “ho visto” e “so”. Infatti, i cieli (soffitti) “vedono” e accumulano memoria: sanno. Sono guardiani silenziosi che non smettono di osservarci neppure un istante. La mia scoperta, come spesso accade, fu una coincidenza. La foto di un soffitto di una bella villa quasi abbandonata ha dato origine al progetto.

La casa, costruita da un prestigioso architetto per viverci egli stesso con la sua famiglia, si è poi trasformata in un centro di operazioni della polizia segreta della dittatura di Augusto Pinochet e poi ancora in una casa occupata. Cosa sapeva quel cielo. Strati di memoria accumulati in una sola immagine.

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Partendo così dall’architettura, da quel soffitto è iniziata la mia ricerca trasversale sulla storia della città e, alla fine, su buona parte della storia del Cile moderno. Una storia relativamente breve però straordinariamente intensa, piena di speranza, di crescita e ingiustizia, di frivolezza e di terrore. Ho anche scoperto che sono gli spazi più intimi a rappresentare più distintamente la memoria. L’accumulazione simbolica vale emozionalmente di più dell’iconografia storico-sociale-culturale. La memoria collettiva diluisce (o somma) le emozioni e se ne perdono i confini, lasciando spazio alla rappresentatività o alla connotazione istituzionale

La “mia” Santiago quindi include, storia pubblica e privata, emozioni e situazioni, senza dimenticare di ricercare quello che considero bellezza, poiché, concetti a parte, quell’aspetto della vita è per me irrinunciabile. Alla fine, sono e resterò italiana.

Il libro “Cielos de Santiago” è a disposizione nelle librerie della città. Dall’aprile all’agosto 2018, due delle fotografie della serie, “Camarín” e “Salón Rojo”, sono state esposte Centro Cultural de La Moneda (CCPLM) tra le opere presentate nella mostra collettiva “Cambio de Lugar” curata da Marigrazia Muscatello y Montserrat Rojas. Successivamente, le due opere sono entrate a far parte della Collezione del Museo de Arte Contemporaneo de Chile (MAC) che le ha esposte come parte delle nuove acquisizioni dal dicembre 2018 fino al gennaio 2019.